lunedì 8 dicembre 2008

LA 3° GUERRA



Questo post si ispira al pezzo hip hop di Sefyu "La 3° guerre". Ne ho fatto una traduzione e una leggera riaddattazione, ma ho sempre mantenuto il senso della canzone. Se poi al posto di Francia mettete la parola Italia (questo per la Gelmini e le classi ponte volute dalla Lega tra i vari) avrete un'immagine di quel che rischia il bel paese.
Immaginate di ascoltare un racconto di immigrazione mentre in sottofondo (scritte in corsivo), c'è un documentario sulla seconda guerra mondiale in tv. Ci siamo? Ok! Buona lettura.


In Italia, a Montécassino in Francia, in germania, sempre in prima linea. Per decine di migliaia, arabi, algerini, tunisini, marocchini et "pieds noirs"( http://it.wikipedia.org/wiki/Pieds-noirs) combattono spalla a spalla contro il nazismo. Hanno appena liberato una metropoli che la maggior parte non conosce.
1962, la Francia est devastata dalla seconda guerra mondiale del 1945. La vittoria, la caduta dei tedeschi, la fine di Hitler, è costata cara in soldi e litri di sangue. I tirailleurs senegalesi spalleggiati dall'Algeria hanno abbandonato tutto nei loro paesi per l'amore di questo paese. La battaglia è finita, è l'inizio della 3° guerra. Delle bombe sono rimaste incastrate nelle strade di Poitiers, la Francia deve ricostruire, rilanciare la sua economia, rimborsare i miliardi prestati dall’americano, suo amico. In quel periodo, la Francia non si sentiva molto forte. La guerra fu un grosso choc: la capitale era morta, i suoi tacchi si erano spezzati sulle strade di Berlino e bisognava ridarle un look, come si fa con una top-model,. Per fare ciò, ci volevano uomini forti, robusti, pronti a tutto per la famiglia rimasta a casa nella carestia. E’ li che è venuta l’idea di fare appello a immigrati portoghesi, neri, maghrebini, “ritals” (italiani), spagnoli… Tutti avevano qualcosa in comune: fuggire la miseria. Erano tutti pronti a lavorare come dei dogo argentini. La mano d’opera è umana, gli attrezzi sono gli uomini che vendono la loro pelle per poco, dando corpo e anima nell’edilizia, la manutenzione, in fabbrica… nella catena di montaggio l’immigrato si scatena…

In primis, come liberiamo la nostra patria? La nostra patria è pur sempre la Francia.

1963, l’arrivo di Moussa. 1964, arriva Houssen. Moussa, originario di Dakar, ha 23 anni quando sbarca a Marsiglia come un clandestino in un container. Houssen, figlio di soldato rifugiato politico, viene da Algeri. Ha 24 anni quando depone le sue valigie a Parigi, per essere precisi à Belleville, lontano dalla bella vita. Moussa trova un lavoro nella nettezza urbana. Raccoglie rifiuti a mani nude, senza guanti. Houssen invece, lavora in fabbrica e respira amianto per pagare l’affitto. Houssen e Moussa abitano in quei domicili per giovani lavoratori immigrati senza soldi, dove vengono classificati per comunità, per paese, per colore… Moussa vive solo con dei neri e Houssen con dei maghrebini. La Francia non aveva intenzione di disorientarli: l’obiettivo era farli lavorare, non integrarli. I portoghesi mangiavano portoghese, dormivano tra portoghesi. Gli arabi parlavano solo in arabo e camminavano solo tra arabi. I neri nel buio, facevano lavori in nero (N.B.: qua c’è tutto un gioco di parole che tradotto non renderebbe). Insomma, ognuno di loro viveva con la persona che vedeva allo specchio… Il miglior cibo del mondo per Moussa era il riso. I migliori piatti del mondo per Houssen erano les “galettes Kabyle”. 1980, 20 anni passati in Francia. Moussa e Houssen, danno tutto loro stessi nelle catene di montaggio

E dopo c’è il ritorno, e vuol dire che arriva l’uguaglianza.

1981 Houssen cerca una donna. 1982, Moussa si sposa. 1983, Houssen trova una donna. 1984, entrambi hanno dei figli. Tutto succede all’inizio degli anni ’80 con l’arrivo degli HLM (case popolari) che diventeranno delle banlieus. Moussa cerca una nuova casa, ottiene il suo trasferimento e lascia Marsiglia per Parigi per accrescere la sua famiglia. Da parte sua, anche Houssen deve traslocare. Una petizione è firmata per un edificio da demolire. La verità è che bisognava spostarli per rendere alcuni settori più frequentabili. Come al solito… Quando Moussa arriva nel quartiere, è come scioccato nel vedere che il suo vicino non è senegalese. Di fronte Houssen è scioccato quanto il suo vicino Moussa. Faccia a faccia, Moussa e Houssen parlano il linguaggio dei segni. A forza di stare tra di loro nessuno di loro ha imparato il francese, non hanno mai considerato quelli che non erano come loro. I neri parlano degli arabi, gli arabi sui neri, perché la Francia li ha guidati senza fari né antinebbia. Ecco l’inizio della 3° guerra. Il lavoro non ha lasciato loro il tempo di imparare la grammatica. 1996, per Houssen va tutto male. Suo figlio Malik, 12 anni, gira con Boubakar, il figlio maggiore di Moussa che non capisce gli arabi. Le due famiglie non si sopportano, si trovano dei difetti quel che avvicina ancora di più i loro figli, i migliori amici del mondo. Solidali, Boubakar e Malik si avvicinano, s’incatenano, i loro genitori si scatenano…


Contrariamente a quel che questa messa in scena possa far pensare, i soldati afroamericani, come i tirailleurs senegalesi vivono sotto un regime segregazionista. La diversità degli uomini e la fraternità nata durante i combattimenti non devono mascherare il contesto storico dell’epoca. Le colonie mobilizzate all’interno degli imperi brittanici e francesi, non hanno in effetti, né gli stessi diritti, né gli stessi terreni degli europei generazionali. Siamo sempre nel periodo delle colonie e i diritti degli indigeni devono ancora essere conquistati.

10 commenti:

Uhurunausalama ha detto...

La storia non insegna proprio nulla;bisognerebbe più spesso guardarsi indietro e riflettere perchè non vengano commessi gli stessi errori;ma non succede e la società non evolve in alcun modo...

Stefania ha detto...

wUhuru, quanto hai ragione! La storia non insegna nulla. La cosa buona per l'Italia è che il problema 'integrazione degli immigrati' si fa sentire proprio ora, quindi possiamo guardare paesi come Francia o Inghilterra e cercare di non ripetere gli stessi errori. Io ci ho pensato sù molto, però è difficile trovare una soluzione. Come fai a mantenere le tue tradizioni e allo stesso integrarti? E' difficilissimo!

Non so in che direzione stiamo andando noi in Italia, se verso le banlieu o verso qualcosa di meglio. Non avendo mai vissuto in una città italiana (e Venezia non fa testo) non posso dirlo. Nei paesi veneti devo dire che geograficamente italiani e stranieri vivono vicinissimi e a contatto tra loro (di fronte a casa mia c'è un negozio di merce indiana e c'era fino a poco tempo fa una macelleria "halal"), ma non hanno molti contatti, tranne i bambini che giocano tutti assieme (ma poi da adolescenti quasi non si salutano più). Ho comprovato quest'estate nel mio paese in provincia di Treviso che le prime generazioni, soprattutto le donne, non imparano l'italiano perché non escono mai di casa, alcune perché lavorano o hanno una famiglia numerosa da mandare avanti, altre perché gli viene vietato dal marito. I figli spesso escono con lacune mostruose in italiano, specialmente scritto, e una conoscenza piuttosto povera della cultura italiana. Io spero che con il tempo qualcosa cambi, che i maghrebini del "Petit Café" entrino qualche volta all'"Angolo Bar" (è proprio di fronte) e viceversa. Che più italiani vadano a comprare le samosa dal signor Singh (che tutti chiamano Bin Laden perché ha la barba lunga e il turbante!). Ci manca solo un po' di apertura mentale e di buon senso, ce la possiamo fare! Tra l'altro in una classifica era uscito che Treviso è la provincia dove gli immigrati si sentono più integrati, boh! Non saprei... Nonostante la lega?

In Inghilterra dipende tutto dai quartieri e dalle zone, ma penso che tutto sommato non sia così male. La prima settimana che ho vissuto a Londra stavo a Kilburn, che è molto Indian/Jamaican e persino se si dice che north-west London è un po' pericolosa io l'ho trovata vivibile. Delle volte ti dimentichi che ti trovi a Londra, tanto sei circondato da scritte in arabo e persone che non sembrano per nulla British. Forse per un inglese medio può essere esasperante(specialmente se non trovano un pub o un fish and chips a 5 metri di distanza, lol).
Dove sto adesso è diverso. C'è un bel mix tra White British, Black Caribbean e South Asian, ma lo stampo della zona e la cultura dominante è quella inglese.
Non ho mai visto un inglese spostare la borsa quando passa un nero, come vedo fare troppe volte in Italia. E assolutamente non ho mai visto un poliziotto chiedere un permesso di soggiorno in base al colore della pelle o al taglio degli occhi, perché questa persona può essere 20 volte più inglese di me (ma tanto io sembro polacca). Vedo spesso "coppie miste" (che brutto termine, vabbè!) al supermercato con i bambini (che non escono a chiazze come ha detto Licio Gelli!).
Il gioiello dell'Inghilterra sono le seconde e terze generazioni, che stanno venendo fuori tutto sommato bene (a parte qualche degenerazione negli estremismi religiosi).
E'vero, il modello inglese non è perfetto: ci sono sacche di povertà legate a certi gruppi etnici e un certo razzismo subdolo che serpica. Gli indiani e i pakistani tendono a legare sempre con gente dello stesso "background", ma da quello è difficile uscire... Boh, poi così a vederli molti neri inglesi sono troppo 'proud' e per rivalsa si vestono tutti 'infighettati'. Ma questa è una mia impressione dell'Inghilterra multietnica, magari fra qualche mese scopro che è completamente sbagliata...

PS: La storia dei pied noirs è praticamente sconosciuta in Italia, io non ne sapevo niente prima di vedere "Indigènes"...

il Russo ha detto...

No, purtroppo troppa gente ignora la storia se non addirittura la avvalla...

pierprandi ha detto...

Hai detto la frase giusta "non evolve" i problemi di 20,40,60 anni fà sono gli stessi di oggi,un saluto

Saamaya ha detto...

Uhuru, cos'è "youdem"?
se fosse canale satellitare, ne sarei esclusa.

Ma grazie per la segnalazione.

Cedric ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Cedric ha detto...

@Uhurunausalama:"La storia non insegna proprio nulla", più che altro siamo noi che non impariamo mai!!! Effettivamente sono sempre gli stessi problemi. Forse non si è mai cercato di affrontarl icome si deve. O semplicemente il fatto è che non siamo tutti uguali e di conseguenza...
@Stefania: hai visto "Indigènes!?!? Grande! Io non ci sono ancora riuscito... Volevo portare il film e il regista a Torino un pò di tempo fa ma non c'è stato niente da fare... Spero di vederlo prima o poi!
@ilRusso: e chi la sa troppo spesso sfrutta l'ignoranza altrui...
@Pierprandi: i problemi sono gli stessi e ci saranno sempre probabilmente. finchè c'è gente che muore di fame non si può aspettarsi altro (sempre più disperati). Si diceva che bisognava ridurre la povertà, ma quel che vediamo è che i poveri aumentano sempre più. Forse è ora di cambiare qualcosa.

Pensando alle classi ponte, penso a me. A 6 anni mi sono ritrovato in Francia senza sapere una sola parola di francese. E sai una cosa? Sono stato trattato benissimo. Aiutato dai maestri e dai bambini della mia classe, mi hanno fatto sentire a casa. Ora sono bilingue. Questo mi ha aiutato un casino. Forse la mia fortuna è che i miei parlavano già la lingua (anche se poi sono andato a vivere da degli zii ma questa è già un'altra storia...). Quello che voglio dire, è che i bambini possono distruggere le famose barriere culturali avvicinandole. E' vero che ci vuole un lavoro da entrambi le parti (in questo caso italiani e immigrati), ma le situazioni della canzone (ok che si tratta di banlieu quindi una situazione non semplice), come quella dei 2 ragazzi è eloquente. Si ha tendenza ad andare oltre le proprie origini (x quanto uno ne vada fiero). In Francia un ragazzo di origini africane riesce a sentirsi francese (malgrado tutto). Qua no (escluso Balotelli!).

Uhurunausalama ha detto...

Infatti Cedric,è proprio il non guardarsi indietro che non ti fa imparare nulla...

Cedric ha detto...

Specialmente se uno ne ha l'opportunità... E' questo che mi rattista di più. In quel caso l'ignoranza non è più una scusa comunque...

Stefania ha detto...

SAAMAYA: Mi sa che youdem è sul satellitare, dovrebbe far parte del pacchetto sky!

CEDRIC: Sì, ho visto "Indigènes" con il mio coinquilino francese quando ero in Erasmus in UK. Avevo la fortuna di vivere accanto ad un cinema d'essai, quindi mi sono vista un sacco di film interessanti, specialmente francesi. Vale davvero la pena, guardalo se riesci a trovarlo... o scaricalo illegalmente, tanto mica è colpa tua se non riesci a trovarlo da nessun'altra parte, questa è un po' la mia filosofia ;)
Ma com'è che tu hai il potere di far arrivare magicamente a Torino film e registi da noi sconosciuti?
A proposito, i bambini di 5-6 anni sono dei grandi, vanno a giocare a pallone per strada e in un mese hanno imparato la lingua! Non mi stupisco che la tua esperienza in una scuola francese a livello di integrazione sia stata ottima, ho sentito dire le stesse cose per l'America e l'Inghilterra. Nella scuola dove insegno qui a Londra c'è un'insegnante apposta per i bambini che parlano inglese come lingua seconda e ha delle competenze particolari. Io in Italia ho quell'abilitazione ma nessuno mi darebbe un lavoro, al massimo lo posso fare come volontariato. E' molto triste perché sarebbe il mio lavoro ideale...
Tra parentesi, sei pure bilingue... Allora sei il mio uomo! :)